La Sacerdotessa dai Dolci Petali

racconto fantasy-comico di Valter Carignano.
Una delle prime avventure di Sàrakash, mago balbuziente, e dei suoi improbabili compagni.

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– Principe, ti narrerò di un tempo di grandi imperi, gesta gloriose, creature strane e terribili.  Conoscerai le stirpi dimenticate che popolarono le terre e gli oceani, e le innumerevoli e mendaci forme del Male. Saprai infine che…
– Oh, ma basta! Che noia – grugnì Hraknuf il nano sbattendo il martello da guerra sul pavimento. Sàrakash sobbalzò mentre leggeva, gli andò la saliva di traverso e quasi si strozzò.
– Ma come? – bofonchiò il mago, chiudendo il libro e riprendendo fiato. – Questa è la copia di una copia di una copia del Libro di Ulf, risalente all’Era Kobariana, prima ancora di quella dei Monaci-Re e di quella Baroni-Preti. – I suoi occhi brillarono, mentre tornavano sul tomo impolverato. – Dentro ci sono segreti, incantesimi, sapienza arcana!
Il nano sbuffò: – E allora? Dobbiamo sorbircela tutti quanti, ‘sta sapienza arcana? 
– Ma non capisci? Qui ci sono magie che ci renderanno invincibili!
– Certo. Infatti la porta di sotto l’ho dovuta buttare giù io a martellate,  che se aspettavamo te…
– Ehm… è che mi viene l’ansia da prestazione e allora… balbetto un pochino.
Hraknuf rise, producendo il caratteristico e delicato rumore di ghiaia schiacciata dallo stivale di un orco. – Un pochino!  Ah!
Sàrakash si drizzò, impettito, sfoggiando tutto il suo metro e settanta di altezza. – Sei furbo tu, invece. Che se non la disattivava lei,  la trappola delle frecce avvelenate,  a quest’ora eravamo dei puntaspilli.
– Appunto – disse Leisha. In genere, la mezz’elfa non partecipava alle liti degli altri due a meno di essere chiamata direttamente in causa, come adesso. – Quindi, per favore, fate un po’ di silenzio. Che qui c’è qualcosa che non va.
Sàrakash tacque e la guardò, china a esaminare un pezzo di pavimento che a lui sembrava del tutto uguale al resto.
Com’è bella-com’è bella-com’è bella, pensò. Deglutì un paio di volte, per sciogliere il nodo in gola d’emozione che gli si formava sempre quando stava per rivolgersi a lei.
– Cosa v-vuoi di-dire?
Leisha alzò gli occhi. – Beh, non vi sembra che sia tutto troppo facile? Insomma, una martellata e la porta va in pezzi…
– Una martellata? Ma se era un colpo che avrebbe ucciso un troll! – sbraitò Hraknuf.
– I troll si uccidono solo col fuoco – sbuffò Sàrakash. – Ma possibile che non sai niente? Più ignorante di un asino, per tutti gli dei!
– E finitela, voi due. Ma pensateci: entriamo e troviamo due o tre trappole da prima elementare, mancava solo un cartello con una freccia che le indicasse. Poi saliamo e arriviamo qui in cima senza intoppi, tolti quei tre ridicoli scheletri ammuffiti di guardia. E questa sarebbe la leggendaria, impenetrabile, antichissima Torre Maledetta del Culto Arcano dell’Innominabile Dio Oscuro, piena di ricchezze e dimora della  Sacerdotessa dai Dolci Petali? Che poi ‘sto nome sembra più quello di un puttanone d’alto bordo che quello di una religiosa, se proprio vogliamo dire… Insomma, possibile che siamo noi, i primi? Pure un bambino ci poteva arrivare, fin quassù.
– Beh, di tesori non c’è poi molto – ammise Hraknuf. – Un po’ di monete d’oro, qualche pietra preziosa, quel suo stupido libro… – Fece una smorfia al mago.
Sàrakash lo ignorò. – Hai rag-g-gione, Le-leisha. Qualcosa non va. Ho quasi idea che… – Si avvicinò alla porta da cui erano entrati, la spinse. La guardò. La spinse ancora. Niente. – La porta è bloccata!
– Ma figurati! Levati, va. – Hraknuf alzò il martello, i muscoli si gonfiarono a dismisura  sfidando le leggi della fisica, il colpo  possente si abbattè sulla porta. Nano e martello vennero scaraventati contro il muro dall’altra parte della stanza. – Porcapaletta – mormorò, cercando di rialzarsi.
Leisha assentì, pensierosa. – Appunto, proprio quello che temevo. Sàrakash, per favore, guarda un po’ qui.
Il mio nome. Ha pronunciato il mio nome! Che suono soave. Il mago si avvicinò alla mezz’elfa, quasi perse i sensi  aspirandone il profumo e balbettò: – S-sì?
– Non vedi niente?
– Beh, no… aspetta! Un glifo d’Illusione. – Si affacciò a una delle finestre: la nuvola era esattamente dov’era dieci minuti prima, e anche quei cavalli selvatici di sotto, e anche… – Non siamo dove crediamo di essere! È tutto finto.
– Un glifo. Ecco cos’era. Puoi infrangere l’incantesimo? 
– Certo. No. Sì. Ehm… non so. – Sàrakash sapeva che avrebbe potuto, sapeva di conoscere a memoria decine di libri d’incantesimi, e all’accademia non aveva mai avuto rivali. Ma quando si trattava di metterli in pratica per davvero, la lingua gli si attorcigliava in bocca. Chiuse gli occhi, cercò di dimenticare il profumo di Leisha, finse di essere ancora all’esame per il brevetto da Mago Incantatore Livello Platino e sentì la propria voce esitare, incepparsi, farsi flebile e roca.
Che figuraccia. Di fronte a lei, poi. Ora come mi…
– Ce l’hai fatta, bravo! – gridò Leisha. Lui riaprì gli occhi, incredulo. 
Perbacco! 

Adesso erano in un’enorme caverna, altissima, illuminata da minuscoli funghi fosforescenti verdi, sparsi in grandi chiazze sulle pareti. Piante e fiori di varietà e forme mai viste erano ovunque, il loro profumo inebriava e stordiva. 
-– Dove ci hai portato? – chiese Hraknuf
– Veramente non è che… cioè, noi credevamo di essere da un’altra parte, ma non era così. In pratica, invece di salire, siamo scesi. In effetti, secondo alcuni studiosi, la nostra percezione potrebbe essa stessa creare la realtà, ma non credo sia questo il caso, perché è chiaro che quel glifo…
– Magia – lo interruppe Hraknuf, sintetizzando in una smorfia tutto il disgusto per quella materia molesta e incomprensibile. – Ma almeno adesso siamo sottoterra. A casa. – Hraknuf posò le mani sulla parete, piegò un poco la testa come se ascoltasse, chiuse gli occhi. – Vediamo un po’ cos’ha da dirmi questa bella roccia.
Gli altri non fiatarono. 
Il nano riaprì gli occhi. – Questa caverna è isolata, non ci sono uscite. Decine di metri di roccia viva, impossibile scavarsi un passaggio. – Si voltò verso i compagni e sogghignò. – Andiamo a cercare il padrone di casa.
Leisha tirò fuori due dei suoi coltelli, un lampo feroce le illuminò lo sguardo. – Lì c’è una specie di sentiero. Accettiamo l’invito e facciamolo pentire di averci invitato. – Si avvicinò a Sàrakash. – Tutto bene, mago? Sei stato grande – gli sussurrò. 
Sei stato grande. Mi ha detto che sono stato grande. – S-sì, tutto be-bene. Andiamo.

Si avviarono con cautela. Le piante erano di ogni dimensione, minuscole ed enormi, usuali o di forme e colori impossibili. Sàrakash rallentò, fissò per un po’ con occhi sgranati alcuni fiori. – Questi… questi non sono del tutto in questa dimensione – mormorò.
– Come, non in questa dimensione? – chiese Leisha, che ora camminava vicina a lui. Molto vicina a lui.
– Ehm, cioè… s-sono contemporaneamente qui e altrove, la loro realtà non è uni-univoca. Esistono sia qui che lì, ovunque sia questo ‘lì’. Insomma… 
Hraknuf sputò a terra. – Magia. Che schifo.
Continuarono ad avanzare, il nano sempre per primo e gli altri poco dietro, ai lati. Ormai erano totalmente immersi nella vegetazione.
– Benvenuti nella mia dimora. – Una voce femminile echeggiò nella loro testa. Le piante si aprirono davanti a loro con un unico movimento fluido, mostrando una radura di erba viola e carminio. Un enorme fiore si stagliava al centro, simile a un’orchidea ma delle dimensione di una sequoia. I suoi colori erano cangianti e ipnotici.
Leisha strinse le labbra. – La Sacerdotessa dai Dolci Petali, quella della leggenda… non era una donna.
– Brava, mezz’elfa. Sveglia, come tutti i tuoi simili. Sarà la mescolanza delle razze che vi rende così pronti a rimarcare l’ovvio. E così saporiti. – La voce del fiore era dolce e profonda, cantava nelle loro orecchie come una dolce ninna nanna. – Era tempo che qualcuno venisse a darci nutrimento, gli ultimi sono quasi finiti.
Dietro di lei c’erano file di bozzoli traslucidi. Dentro s’intravedevano figure umane e umanoidi.
– Fi-finiti?
– Certo, mago. Siete tutti così pateticamente stupidi e prevedibili. È bastato mettere nel minuscolo cervellino di due o tre pastori l’idea che ci fosse una torre piena di tesori, aggiungere un’illusione da poco, giusto per mostrare quello che già si vorrebbe vedere,  e il gioco è stato fatto. All’inizio eravamo poche, ma ora ho tutte queste sorelle. Belle, vero? E abbiamo bisogno di un po’ di concime. 
– Che vuoi da noi, vegetale? – ringhiò Hraknuf, per il quale gli unici vegetali che avessero ragione di esistere erano l’orzo e il luppolo per fare la birra.
La Sacerdotessa ridacchiò nelle loro menti. – Ma usarvi come nutrimento, ve l’ho già detto.
Un viticcio si formò dal fusto della pianta e saettò verso Hraknuf. Lui di scatto lanciò in aria il martello da guerra, afferro l’ascia che aveva dietro la schiena e tranciò il viticcio di netto prima che lo raggiungesse. Quel movimento quasi leggiadro, difficile da concepire in un umanoide di un quintale per un metro e trenta,  terminò scagliando l’ascia verso l’alto, diretta alla corolla della Sacerdotessa, mentre con la mano sinistra riprendeva al volo il martello. Ma un altro viticcio deviò l’ascia, mentre dal sottosuolo radici spesse come funi e dure come il metallo si levarono a ghermire il nano.
Leisha intanto teneva a bada con fatica decine di altri fiori, più piccoli ma rapidissimi, con i petali taglienti come rasoi. I suoi coltelli mulivano più veloci di quanto l’occhio potesse seguirli, e a decine caddero recisi ai suoi piedi. Ma il loro numero sembrava senza fine. Riuscirono infine a  bloccarle un braccio, poi l’altro, la sommersero e presero a trascinarla sotto terra.
Sàrakash era immobile, attonito, incapace di muoversi. La Sacerdotessa era nella sua mente, lo blandiva, lo cullava, annullava la sua volontà.
– Sàra…kash – gemette Leisha, ormai sprofondata fino al collo, i viticci che le stringevano la gola. – Aiu…to.
Come da una distanza immensa, il mago udì la voce della mezz’elfa. Aprì lentamente gli occhi, irritato di essere stato svegliato dal bellissimo sogno in cui era immerso. Vide Hraknuf che ancora lottava, gli occhi indomiti ma senza speranza. Vide Leisha sommersa, soltanto un’ombra di capelli biondi sotto una tomba di viticci.
E allora le parole dell’incantesimo si formarono nella sua mente, si fecero strada, esplosero dalla sua bocca. Divampò un ruggito che scosse il terreno, fiamme arcane cui nessuna creatura poteva resistere, a qualunque dimensione appartenesse. La Sacerdotessa avvampò, urlò, migliaia di voci si unirono a lei nell’agonia della morte. E in un attimo fu tutto finito.
– Porcapaletta – grugnì Hraknuf, guardando incredulo Sàrakash. Poi andò a esaminare il passaggio che si era aperto proprio sotto la Sacerdotessa. – Da qui si esce – disse ad alta voce.
Intanto, il mago stava liberando con delicatezza Leisha dai viticci, penetrati in profondità nelle sue carni.  – Grazie – gli sussurrò lei, sorridendo e sfiorandogli una guancia.
Mi ha sorriso-mi ha sorriso-mi ha sorriso. E mi ha toccato. 
Sàrakash svenne per l’emozione.


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