Neve Grigia

Racconto breve, genere Noir, di Valter Carignano

Una precedente versione di questo racconto è stata vincitrice del concorso ‘Dentro la Città’, Rosewater, 2015

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Il ragazzo col k-way rosso corre. E' un fantasma, quasi invisibile in mezzo alla neve che cade ostinata.  
S’infila nel cantiere che taglia via Nizza dopo il centro commerciale buio, scivola sul nevischio, uno spuntone di metallo gli entra nel fianco. Smette di respirare, forse per qualche istante sviene.
Si rialza. Zoppica dalla carcassa vuota del grattacielo mai concluso fino alla rete bucata che dà sui binari, dove barboni e clandestini tirano la notte nei treni abbandonati.
Si guarda alle spalle. Lo vede.
Merda. Troppo vicino. Corri. Corri che ti ammazzano.

– Dài che lo prendiamo, ‘sto schifoso! – ringhia il Biondo mentre salta lo sbarramento fra strada e cantiere. Bestemmia, s'incazza, ma quello che gli fa montare il nervoso non è il tossico che scappa.
È la neve. 
Torino gli ha fatto sempre schifo, fredda e spocchiosa com’è. Con la neve, poi…
Si volta. Il compagno è fermo alla fontana, parecchio indietro. 
– Ma che fai, porcaputtana? Bevi? – grida il Biondo. Quello si accascia a terra, gli fa un gesto molle con la mano e lui non capisce se è per dirgli di andare avanti da solo o per chiedergli aiuto. 
Chissenefrega. Ma ammazzati, va! Ciccione di merda.
Sente un rumore, si volta. Giaccarossa lo guarda e s’infila dietro un container. Stringe i pugni e ricomincia a correre. Non è mai successo che qualcuno non gli pagasse la dose.
Bastardo.

Corri. Corri.
Il ragazzo cerca di non far caso al dolore al fianco. Tossisce, sputa, non si ferma. Il k-way tarocco dei cinesi perde colore e stilla gocce rosse, che la neve lava subito via. 
O sarà il suo sangue?
Adesso non importa. Destra, sinistra. Poi su per via Passo Buole, con l’aria bagnata che gli taglia la faccia.
Un minuto. Un minuto e sono al Paso.
Ma da sopra al cavalcavia vede che  l’asilo occupato è tutto buio. Niente strobo, niente furgoni tedeschi e cani bastardi, niente riff hardcore che vengon su dalla cantina. Il ragazzo caracolla giù e suona, batte alla porta, grida. La neve si mangia le sue parole, o forse là dentro sono tutti strafatti e non lo sentono.

Il Biondo sbuca in punta al cavalcavia e tra i fiocchi sempre più larghi intravede il ragazzo fermo in fondo alla strada, davanti al centro sociale. 
Sei mio, giaccarossa. 
Forse perché è incazzato e non guarda dove va,  forse perché lui odia la neve e la neve lo ricambia e gli si butta negli occhi, fatto sta che il Biondo scivola su di una merda di cane mezza congelata, vola in aria e si fa quindici metri di discesa sulla schiena.

Il ragazzo vede il bastardo cadere. Per un attimo spera che si ammazzi, ma da molto tempo non crede più alla fortuna, e allora si prende l’ultima pasta dalla tasca del k-way e ricomincia a correre. La pasta gli cancella dolore e coscienza. 
Arriva in piazza Bengasi senza sapere neanche lui come. Sono le tre e dieci del mattino, ma la neve non ha sonno e viene giù più fitta ancora. In giro c’è solo uno spazzaneve pigro che gira in via Vigliani. E poi c’è il cantiere infinito della metro, lì dov’è sempre stato negli ultimi dieci anni. Entrarci è un gioco.
Salvo.

Il Biondo è all’angolo di corso Traiano. Freddo, bagnato, con i pantaloni strappati. Ogni respiro è un ago fra schiena e polmoni. Riempire di botte il tossico e poi lasciarlo morire in mezzo a quella neve schifosa lo consolerebbe. E 'fanculo al capo che ha detto di spaccargli solo qualche osso, come promemoria per i furbetti che non pagano.
‘È stato un incidente, si è mosso e il calcio gli ha sfondato la tempia… mi dispiace, capo. E poi i tossici prima o poi muoiono, no? Tanto di clienti nuovi ce ne sono sempre.’
Porcaputtana. Ha seguito le tracce sulla neve come fosse un cazzo di eschimese, ma giaccarossa non si vede da nessuna parte. Si guarda intorno.
Il cantiere della metro. È lì di sicuro.
Mette fuori il serramanico, va al cancello e si tira su con le braccia. Una fitta al petto lo butta a terra, asfalto e lampioni si mettono a girare, la neve cade dal basso in alto. Poi le vertigini finiscono e il mondo torna al suo posto. 
Tossisce sangue, si mette in ginocchio. Uno spazzaneve si avvicina, lui gli fa un cenno con la luce del cellulare. Si alza. Barcolla.
– Sono caduto… la schiena. – Altra fitta, altro sangue in bocca. – Portami all’ospedale. Per favore… – 
Merda.

Il ragazzo è sceso giù, si rannicchia nell'angolo dove forse un giorno ci sarà un ascensore.
Il rosso che colava non era il colore della giacca, ma non importava prima e in fondo nemmeno adesso. Si rilassa, stringe il laccio sopra il gomito, tira fuori la dose che non ha pagato. 
Alza gli occhi e guarda il cielo grigio e nero. I fiocchi che scendono lo prendono per mano e lo portano lontano. È bambino, ride mentre fa il pupazzo di neve in cortile. Ride anche suo padre che è appena tornato dalla fabbrica, ride la madre mentre lo rimprovera per finta, ride il suo fratellino piccolo in braccio alla sorella già grande.
E adesso, qui, in fondo a un buco lurido di una città lurida, adesso sorride anche lui.
Quasi trova la forza di provare a tornare indietro, di ricominciare quella sua vita mille volte persa per debolezza, o presunzione, o sfortuna. Quasi prende il cellulare per chiamare la sorella che vorrebbe aiutarlo. Quasi trova la forza di vivere ancora.
Quasi. 
Poi, l’ago esperto trova la vena per l’ultima volta.


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